Per un attimo non percepì nulla. Semplicemente, era come se vedesse il mondo per la prima volta, era come emettere il primo vagito, di nuovo.
Da quando, in un tempo ormai così lontano che assumeva i morbidi contorni del ricordo, era stato ritenuto dai capifamiglia idoneo a portare in pubblico le insegne del nobile casato dei Kuchiki, il manto antico di incalcolabile valore e i fermagli rituali facevano parte della sua stessa esistenza. Ovviamente li riponeva ordinatamente prima di coricarsi, ma era sempre un sonno senza sogni, un vago momento di stallo tra una giornata simile a quella successiva, e quella ancora dopo. Il tutto fluiva, lentamente, indifferentemente, tra quegli oggetti, quelle regole, quegli ordini.
Ma ora... ora i suoi capelli fluivano liberamente in maniera scomposta, ancora divisi dalla piega ormai impressa nella loro essenza, eppure già impazienti di riversarsi sul volto del luogotenente. E così, senza controllo o barriera alcuna, così fluivano sul volto di Kuchiki, lentamente e in maniera disconnessa, come se non fosse cosa di cui fosse in grado, lievi accenni di uman sentire o provare. Il primo fu la sopresa, quasi una ferita che intaccò quel volto permeato di un finto nirvana buddhista. Quella tempesta emotiva, racchiusa dove neppure lui era consapevole, cominciava a premere sui confini del suo essere interiore, filtrava. Per ora solo poche gocce, discontinue, all'esterno. La meraviglia distese la pelle del volto, allargò i suoi occhi ombrosi e concentrati sull'oltre, spingendoli a osservare colui che aveva osato liberarlo, qualsiasi cosa avrebbe significato di lì a poco, ma con indubbio coraggio. Colui a cui già una volta, come nota di ammirazione, aveva lasciato una delle sue preziose sciarpe. Ora si era preso i fermagli rituali...cosa altro desiderava?
Il capitano osservò il luogotenente, con una punta di stizza; si aspettava un'espressione impaurita, o forse derisoria, ma ora quella calma che stava fluendo via dal suo volto sembrava riversarsi in quello del cane randagio, di solito colmo di espressioni, persino esagerato nell'utilizzo delle stesse.
"Non osservarmi." ingiunse, una nota glaciale e dura della voce. Una nota che invece, si terrorizzò ancora di più nel percepirlo, avrebbe voluto essere calda, e supplicante, e invitare il luogotenente a guardarlo ancora, e ancora, e ancora.
Non un passo dietro di lui, dove lui non poteva vederlo, non da una posizione in cui era costretto a non degnarlo di uno sguardo, ma lì, dove gli stava donando la sua devozione non per una regola imposta dall'alto, ma di sua volontà, infrangendo molte altre di queste perentorie ingiunzioni.
Stupito e inorridito, capì che ancor meno che in un arduo duello, non aveva controllo del proprio corpo; senza nemmeno rendersi conto, un braccio era guizzato e, con il palmo della mano, aveva spinto all'indietro il mento del luogotenente, in modo che non lo osservasse.
"Non guardarmi". Pensava. Ma sapeva, dentro di sè, che non voleva essere guardato. Non sempre, non in assoluto, ma ora, mentre era preda di un desiderio tanto forte da farlo fremere. Il desiderio di dominare, ancora di più, l'uomo che li stava tra le gambe, farlo soffrire, di dolore, renderlo ancora più debole. Così credeva, cercando disperatamente di ignorare il bisogno di essere per una volta alla mercè di qualcuno, di rivolgere uno sguardo mesto, docile, di farsi dominare.
Quelle parole...avevano distrutto il suo mondo. Quelle parole di abbandono, quelle parole lo avevano reso schiavo, non dominatore.
Si avvicinò al collo di Renji, coperto di nere ombre virili, dai muscoli pulsanti. Con una mano, infilata abilmente nella parte posteriore, gli sollevò di poco il collo, lasciando che la testa ricadesse indietro, in modo che la visuale fosse ancora una volta preclusa a Renji, e con l'altra mano, incalzante, slacciò prima la pelliccia, limitandosi ad aprirla e a lasciarla distesa sul tavolo, e poi la sua mano corse giù, al sottile laccio che chiudeva la divisa di ogni shinigami. Mentre le sue lunghe dita bianche disfacevano quel nodo, insinuò in avanti le labbra, toccando quel collo pulsante, premendoci contro la propria bocca, e poi facendola scorrere, lungo tutto il mento, socchiudendo appena le labbra e inumidendo quella pelle dorata dal sole. Quandò il laccio fu aperto, fu come se una barriera fosse sciolta; la divisa non si aprì,ma cadde più morbidamente, in un solo istante, addosso al corpo di Renji. Un fremito percorse il corpo del sottoposto. Il capitano se ne accorse, ma ormai era un piccolo angolino dell'intera esistenza, dominata da un desiderio instintivo e angosciante, che premeva e premeva, soffocante, per essere saziato.
Con un movimento della gambe, divaricò quelle dell'altro e, senza lasciargli un secondo, si sdraiò ancora di più su di lui. Gemendo nel suo animo di orrore, premette volutamente il proprio sesso contro il bacino del luogotenente, mentre, con la bocca, risaliva sul volto, schiudeva le labbra apertamente e cercava la bocca di Renji. Basito, ormai, da sè stesso, sovrappose quelle labbra calde, ma non gli bastò; cominciò a insinuare la lingua più a fondo, traendone piacere, compiendo dei piccoli movimenti rotatori, guizzando, invitando l'altro a fare lo stesso, e poi ricacciandolo nel proprio dominio, ed invadendolo di nuovo.
Spinse, in un sol gesto, la sua testa, le sue spalle, il suo corpo ancor di più addosso all'altro. La mano inattiva, rimasta dietro il collo,attrasse a sè il corpo di Renji, lo invitò al alzarsi, mentre Byakuya curvava la schiena all'indietro, si sedeva su di lui, senza lasciargli un secondo di tregua per respirare.
Con un mesto fruscio la veste di Renji scese fino alla cintola, le maniche si scomposero; solo allora Kuchiki sciolse quel bacio, e si fermò ad osservare ciò che la veste aveva celato.
No, un Kuchiki non può essere dominato. Ma dentro di sè, che lo volesse o meno, c'era anche un Byakuya, che desiderava essere amato.